MOTOLOGY

GUY MARTIN

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È ormai notizia nota, Guy Martin non sarà al via del prossimo Tourist Trophy (e della North West200), non si sa ancora se questa stagione 2016 includerà qualche partecipazione ad una gara, in sella alla BMW S1000RR del team Tyco, o meno. Le speculazioni sul suo conto non si sprecano, malgrado cerchi di evitare i riflettori resta uno dei personaggi (concedetemi il termine) di punta nell’ambiente road racing. Quanto segue non è né una difesa, né un tentativo di far proseliti, ma solo una mia riflessione.

Ciò che mi ha colpito di più nel corso degli anni, imparando a conoscere meglio Guy, attraverso interviste e libri o avendo avuto la fortuna di parlarci  in un’occasione, sono sicuramente la ferrea disciplina che scandisce le sue giornate e la curiosità, che tante volte le alimenta.

L’ho visto dedicarsi alle imprese più disparate, partecipare ad una 24 ore in mountain bike, ristrutturare una chiatta, piuttosto che far segnare qualche nuovo record in discipline tutt’altro che ordinarie. Ultime la sfida con David Coulthard, fra la sua BMW S1000RR e la Red Bull campione del mondo 2012 e settimana scorsa il nuovo record del mondo nel Wall of Death.

Perché lo fa? Perché è curioso, perché vuol vedere fino a che punto riesce ad arrivare e non ha paura a sfidare se stesso, i suoi limiti fisici, per raggiungere i suoi obiettivi. Ciò che decide di fare può essere condivisibile o meno, ma il come lo fa è fonte di ispirazione per me. Ognuno di noi dovrebbe imparare ad essere il solo fautore delle sfide che affronta ogni giorno, non importa quale sia il “livello”, perché siamo tutti diversi ed è questo che dovremmo imparare a fare, pensare solo a noi, senza lasciarci influenzare dall’opinione altrui. In un passaggio nel suo ultimo libro, in merito al suo continuo cambio di specialità sulle mountain bike afferma candidamente “I do enjoy doing stuff as just a face in the crowd” (mi piace far cose come uno fra i tanti) e nel leggere la prima volta questa frase non ho potuto fare a meno di pensare alla canzone dei Bon Jovi “It’s my life” che contiene questa frase. Perché alla fine, nonostante i riflettori che vorrebbero sempre la celebrità che vince tutto, Guy si impone, involontariamente, come una persona normale, che a volte vince a volte non raggiunge l’obiettivo iniziale, ma che non molla mai.

Io non so se rivedremo Guy al TT, magari tornerà fra qualche anno quando si saranno “dimenticati di lui” e la sua presenza passerà sottobanco, come desidera lui. Personalmente cercherò di seguirlo ancora, la sua prossima impresa, che coincide appunto con NW200 e TT è il Tour Divide, la più lunga gara al mondo di mountain bike che ha il via a Banff (Canada) ed il traguardo ad Antelope Wells (New Mexico), per un totale di 2745 miglia pari a 4417,649 Km.

Perché ci vuole “coraggio” al giorno d’oggi, quando il Tourist Trophy sembra diventare una moda che stabilisce lo status quo di un pilota, dire “per me basta, dal 2004 al 2009 gli ho dedicato tutto, ma non voglio focalizzarmi solo su una cosa, non è un male che lo facciano altri, ma non io, non fa per me. Non ho mai vinto il TT, va bene così, non tutti vincono ed io faccio parte di questi”.

Non è da tutti ammettere di non essere riuscito a raggiungere un obiettivo importante, ma la vita non è solo questo e questo Guy lo ha imparato e dovremmo farlo anche noi.

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La gallery della passata stagione è a cura di Davide Limonta, Martyn Wilson eJohn Manclark che ringrazio.

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